“Il mio popolo nasconde le sue ferite e il suo dolore nelle piaghe del Signore Gesù, dove da Dio stesso vengono trasformati in speranza e nella nostra forza”: don Volodymyr Misterman
16 ottobre 2025
Il 14 ottobre, quasi duecento sacerdoti e diaconi, su invito del vicario episcopale della II zona pastorale di Varese dell’Arcidiocesi di Milano, don Franco Gallivanone, si sono riuniti nella Basilica giubilare di Gallarate per prendere parte al Giubileo del Presbiterio della provincia.

Tutto il clero ambrosiano si è ritrovato nella Basilica di Santa Maria Assunta, una delle chiese giubilari della Chiesa Ambrosiana, per ascoltare la meditazione di monsignor Pierantonio Tremolada, vescovo di Brescia, dal titolo «Custodire la speranza tra la gente». Il presule ha più volte sottolineato l’importanza di non perdere il contatto umano con le persone e l’urgenza di rivolgersi alle nuove generazioni. Prima della preghiera di professione di fede e della benedizione, i partecipanti hanno potuto ascoltare due testimonianze. Il primo ad essere chiamato all’altare è stato Rev. Don Volodymyr Misterman, cappellano per i cattolici ucraini di rito bizantino nella provincia di Varese.
All’inizio della sua testimonianza, intitolata «Custodire la speranza nel popolo ucraino», il sacerdote dell’Esarcato Apostolico ha brevemente raccontato la storia della Chiesa e del popolo ucraino, per spiegare meglio al clero della più grande diocesi cattolica del mondo quanto profonde siano la sofferenza e il dolore del suo popolo.
Il sacerdote ha colto questa occasione per raccontare la verità così com’è, aiutando i presenti a comprendere meglio il contesto storico ucraino, considerata la forte propaganda russa in Italia e in Occidente, che cerca in tutti i modi di nascondere la verità su ciò che accade in Ucraina.
Padre Volodymyr ha testimoniato:
«Poiché ai tempi sovietici nel mio Paese non esistevano veri libri di storia che descrivessero fedelmente gli eventi del passato, il Signore ha compensato questa mancanza mettendo sul mio cammino ”libri viventi di storia’, che sono stati per me i miei nonni, i vescovi e i sacerdoti, i monaci e le monache e i fedeli della Chiesa clandestina. Tutti loro, nei tempi di persecuzione atea, quando si trovavano in Siberia o nei campi di concentramento, avevano lo stesso sogno: ”che venga un giorno in cui sia la Chiesa che il nostro Paese siano liberi’. Forse, però, è meglio dire che per loro non era un sogno, ma piuttosto una realtà non ancora compiuta, che già pregustavano, perché si fidavano del Signore. La loro fedeltà a Cristo e all’unità della Chiesa permetteva loro di trasformare la sofferenza e il dolore in speranza e forza. Molti di loro erano pienamente consapevoli che avrebbero visto questa nuova realtà già dal cielo.Questa speranza li aiutava ad affrontare ogni prova, rimanendo fedeli alla propria coscienza, al battesimo, alla Chiesa, al popolo e al desiderio del Signore Gesù, ”che tutti siano una cosa sola’.»
Rispondendo alla domanda «Dove nasconde la speranza il popolo ucraino?», il sacerdote ha detto:
«Mi sembra che fin da bambino, ascoltando queste testimonianze di grande fiducia del mio popolo, il Signore mi abbia permesso di vedere il luogo dove il popolo ucraino nasconde la sua speranza: sono le piaghe del Signore Gesù.»
Proseguendo, don Volodymyr ha raccontato del suo primo viaggio in patria dopo quattro anni di assenza, definendolo ”Il Pellegrinaggio della Speranza’. Il sacerdote ha condiviso due episodi di quel viaggio in Ucraina:
«Appena arrivato in Ucraina, dopo aver riabbracciato mia madre dopo quattro anni, sono andato a partecipare a un evento davvero storico: nel piccolo villaggio di Starunia, situato nella parte occidentale del Paese, si è svolta la consacrazione della prima Basilica sotterranea dell’Europa dell’Est, dedicata al beato Simeone Lukach, vescovo della Chiesa clandestina, beatificato nel 2001 da San Giovanni Paolo II insieme ad altri 27 nuovi martiri della Chiesa Greco-Cattolica Ucraina.
Laddove, sessant’anni fa, il vescovo Simeone — gravemente malato — confessava e celebrava la Divina Liturgia nelle case private, oggi sorge una Basilica e un santuario che attira migliaia di fedeli provenienti da ogni parte dell’Ucraina per guarire le ferite della guerra.
Un’altra cosa molto bella è che questo santuario e la Basilica sono stati costruiti da due fratelli, nati e cresciuti in una famiglia della Chiesa clandestina di quel villaggio. La loro madre, pia e molto devota, ha trasmesso loro una fede vera e autentica nel Cristo Risorto, una fede che non può mai essere derisa. Il Signore non può essere deriso, né possono esserlo coloro che confidano in Lui. Nei tempi difficili come i nostri, può sembrare che Dio non ci ascolti, ma non è affatto così: il Signore ha i Suoi tempi e, prima o poi, quando siamo pronti a riconoscerli, Egli ci mostra che nessuna goccia di sangue e nessuna lacrima è persa o dimenticata nella Sua eterna memoria.»
Raccontando il secondo episodio, il sacerdote ucraino ha aggiunto: «Prima di lasciare il mio Paese per rientrare in Italia, non potevo fare a meno di andare in un luogo molto importante e sacro per tutti noi: il cimitero Marsove Pole a Lviv, dove sono sepolti quasi mille dei nostri eroi, che hanno versato il loro sangue e donato la loro vita affinché la nostra patria rimanesse libera e potesse appartenere al mondo civilizzato, dove i valori contano e dove il valore supremo della libertà viene difeso, anche a costo della propria vita.
Andando a pregare tra le tombe dei nostri eroi, ho ricevuto una lezione di vita che non dimenticherò mai. Camminando tra le tombe, guardavo le foto dei giovani che, con un bel sorriso, sembravano dirmi: ”Noi abbiamo fatto tutto ciò che potevamo, ora tocca a voi’.
Ho visto tanto dolore e tanta sofferenza trasformarsi in speranza e nella forza di continuare a resistere. Ho visto madri e giovani donne, rimaste vedove a causa della guerra, sedute accanto alle tombe dei propri cari: nei loro occhi non c’erano più lacrime, ma si percepiva che parlavano con i loro amati come se fossero ancora vivi, seduti accanto a loro. Ho visto bambini piccoli, che avevano appena imparato a camminare, correre verso le foto dei loro padri, abbracciare le lapidi, baciare le immagini, mentre i loro papà li guardavano sorridendo dalle fotografie.
Su quelle tombe ho visto come un padre sepolto continuava a dare ai suoi figli la prima lezione di vita e quando quei piccoli orfani cresceranno, capiranno che quello sguardo sorridente dalla foto dice: ”Sono rimasto qui perché ti amo tanto’.»
Concludendo la sua testimonianza, il sacerdote ha rivolto ai confratelli ambrosiani questa preghiera:
Ufficio Comunicazioni dell’Esarcato Apostolico«Affinché la mia Chiesa e il mio popolo, ancora una volta nella storia, abbiano il coraggio di nascondere nelle piaghe del Signore il nostro dolore e la nostra sofferenza, vi chiedo di pregare per noi. Insieme con la Chiesa Ambrosiana, all’interno della Chiesa Universale, vogliamo dare una degna testimonianza della nostra fede nel Signore, che non ha mai abbandonato nessuno di noi ed è realmente presente anche in mezzo a tanta sofferenza, che Egli sempre trasforma in speranza.»



