«Lasciamoci toccare dall’amore di Dio»: omelia di Mons. Hryhoriy Komar a Santa Maria Capua Vetere
25 novembre 2025
Omelia dell’Amministratore Apostolico, Mons. Hryhoriy Komar, pronunciata durante la Divina Liturgia il 23 novembre 2025, in occasione della proclamazione della Rettoria Presentazione della Beata Vergine Maria al Tempio a Santa Maria Capua Vetere.

Reverendi Padri, cari fratelli e sorelle!
Nel brano evangelico di oggi ascoltiamo la storia di due persone e della loro fede: il capo della sinagoga, Giairo, e una donna affetta da emorragia. L’evangelista Luca presenta il racconto in modo così drammatico che, ascoltandolo con attenzione, non siamo solo spettatori, ma partecipi di quegli eventi.
Condividiamo il dolore del padre che si rivolge a Gesù per la guarigione della figlia. La ragazza aveva appena dodici anni — all’inizio della giovinezza, quando il mondo si apriva davanti a lei e davanti alle speranze dei suoi genitori. Proprio in quel momento tutto sembrò crollare: la bambina stava per morire.
Che cosa osò fare il padre in quelle circostanze? Egli, capo della sinagoga, compì un gesto estremamente difficile per il suo ruolo e per la sua posizione. La sinagoga, i sadducei e i farisei erano già allora in opposizione a Gesù e spesso lo accusavano di distruggere le antiche tradizioni dei padri. Eppure quest’uomo superò le paure e i giudizi degli altri: per amore della figlia e con grande fede si avvicinò a Cristo, convinto che Gesù potesse aiutarlo. Si prostrò ai Suoi piedi e disse: «Vieni a guarire mia figlia». Gesù si mise subito in cammino. Non lo rimproverò, non gli ricordò l’ostilità del suo ambiente, non pose condizioni — semplicemente andò.
Possiamo immaginare come il padre desiderasse che Gesù accelerasse il passo, perché ogni minuto era prezioso. Ma lungo la strada accadde qualcosa di inatteso: una donna che da dodici anni soffriva di emorragia toccò segretamente il lembo del mantello di Gesù. Il Signore si fermò e domandò: «Chi mi ha toccato?» I discepoli si stupirono: «Maestro, la folla Ti stringe da ogni parte, come si può capire chi Ti ha toccato?» Tuttavia Gesù seppe che quel tocco era diverso, perché fu un tocco di grande fede.
La donna emorroissa infranse la legge: con la sua malattia era considerata impura e non poteva trovarsi tra la gente. Per guarire, aveva perso tutto: forze, soldi, beni; ma perdendo tutto, guadagnò tutto — nel suo cuore nacque una fede che la condusse a Cristo con la certezza: «Se solo riuscirò a toccare il Suo mantello, sarò guarita». La sua fede profonda le permise di riconoscere in Gesù il Signore Dio, fonte di vita e di salvezza, e attraverso quel tocco ottenne la guarigione. La donna confessò davanti a tutti ciò che avvenne. Gesù la invitò a questa confessione non per umiliarla, ma per mostrare a tutti l’esempio della sua fede, affinché si vedesse quanto la fede possa operare nella vita. Dove gli altri vedevano un’impura, Gesù le disse: «Figlia, la tua fede ti ha salvata».
Potremmo pensare: bene, ma bisogna affrettarsi — la bambina sta morendo. Infatti, proprio in quel momento arrivarono persone dalla casa di Giairo dicendo: «Tua figlia è morta. Non disturbare più il Maestro». Forse ci chiediamo perché Gesù non sia corso subito dalla bambina morente e si sia fermato ad aiutare una donna che avrebbe potuto aspettare… Non conosciamo la risposta, ma ascoltiamo parole di Cristo che sono fondamentali anche per noi: «Non temere, soltanto abbi fede».
Viviamo in un mondo che offre molti motivi di paura: guerra, instabilità, minacce, timore del futuro. Si moltiplicano le domande: Che ne sarà dell’Ucraina? Che ne sarà di noi? Che ne sarà dei nostri figli? Le paure sono molte, ma in questo clima di incertezza risuona ancora la parola di Cristo: «Non temere, soltanto abbi fede». Sarebbe stato più facile credere se la bambina fosse stata solo malata. Ma come avere una fede così grande quando muore? Come ritrovare una fede che vince la morte? Esiste una fede del genere? Sì, esiste: è il dono di Dio, è la forza divina che rialza e ridona vita. Gesù entrò nella casa di Giairo, invitò tutti ad uscire, perché ciò che stava per accadere non doveva essere oggetto di curiosità o giudizio umano, ma riguardò solo la bambina, i suoi genitori e gli apostoli. Cristo prese la bambina per mano e le disse: «Fanciulla, alzati!», che dal testo originale si può tradurre: «Fanciulla, risorgi, ritorna alla vita!»
Il nostro rapporto con Dio è una dimensione molto delicata, intima, che non richiede sguardi estranei o consigli inutili. Il Vangelo di oggi ci invita a costruire un rapporto profondo con il Signore, cercando momenti per stare con Lui a tu per tu. Mostrare a Lui i nostri problemi, le nostre ferite, aprirci alla Sua azione nella nostra vita. In entrambi i casi, nel racconto evangelico, troviamo il gesto del tocco: la donna impura tocca Gesù, e Gesù stesso tocca la bambina morta, che secondo la legge ebraica era anch’essa impura. L’Antico Testamento insegnava che chi tocca un impuro diventa impuro. Ma il Signore mostra un’altra prospettiva: Gesù tocca la nostra impurità e non solo non diventa impuro, ma ci purifica. Quante volte abbiamo sperimentato nella nostra vita il Suo tocco che guarisce! Quante volte ci ha toccati quando eravamo impuri, feriti, deboli, nel peccato — per rialzarci e purificarci! Quanto è grande il valore del Sacramento della Confessione, nel quale Dio ci tocca con la Sua misericordia e restituisce la purezza dell’anima.
La tradizione cristiana occidentale chiama la donna che toccò Gesù «Veronica». La incontreremo ancora sulla Via Crucis, quando, facendosi largo tra la folla, porgerà a Gesù un panno perché Egli lo tocchi — e vi lasci il Suo volto insanguinato, come dono a lei.
Cari fratelli e sorelle, quanto è importante sperimentare questo tocco del Signore, vivere la Sua presenza nella nostra esistenza! Possiamo chiederci: che cosa posso offrire io a Dio in risposta alla Sua generosità e alla Sua misericordia? «Va’ e fa’ anche tu lo stesso», risponderebbe Gesù. Possiamo offrire al prossimo un panno per asciugare le sue lacrime o il sudore della fatica. Offrire un gesto d’amore a chi soffre significa offrirlo a Dio stesso. Sembra poco, ma allo stesso tempo è tantissimo. Perciò, cari fratelli e sorelle, lasciamoci toccare dall’amore di Dio e tocchiamo gli altri con la nostra misericordia — i dimenticati, gli emarginati, i feriti — e questi tocchi ci renderanno migliori e daranno vita. Amen.
† Hryhoriy