Mons. Hryhoriy Komar: «Gli esercizi spirituali sono un’occasione per guardare ai problemi della nostra vita e del nostro ministero con lo sguardo di Dio»

7 novembre 2025

All’inizio degli esercizi spirituali ad Assisi, il 3 novembre 2025, Mons. Hryhoriy Komar, Amministratore Apostolico per i fedeli cattolici ucraini di rito bizantino in Italia, si è rivolto ai sacerdoti dell’Esarcato con una riflessione spirituale, invitandoli a fondare il proprio ministero sulla roccia della Parola di Dio, a rinnovare la vita di preghiera e a vigilare su tre tentazioni del sacerdozio: la stanchezza spirituale, l’individualismo e l’indifferenza.

Mons. Hryhoriy Komar: «Gli esercizi spirituali sono un’occasione per guardare ai problemi della nostra vita e del nostro ministero con lo sguardo di Dio»

Gli esercizi spirituali: tempo dell’azione di Dio

«Sua Eccelenza Dionisio, cari sacerdoti, in questi giorni ci siamo riuniti per pregare insieme, condividere la fraternità e riflettere sulla nostra missione — la missione del nostro Esarcato, attingendo la forza spirituale di cui abbiamo bisogno per il nostro servizio.

Gli esercizi spirituali sono sempre un tempo particolare, in cui invitiamo il Signore e permettiamo allo Spirito Santo di agire in noi, per aiutarci a riscoprire la nostra identità, comprendere cosa significhi essere sacerdoti e rimuovere le pietre che ostacolano il nostro cammino vocazionale.

Cristo disse ai suoi apostoli: «Venite in disparte e riposatevi un po’», perché ciascuno di loro aveva faticato molto e aveva bisogno di rinnovare le proprie forze. Ecco, gli esercizi spirituali sono proprio questo: un’occasione per guardare alle difficoltà della nostra vita e del nostro ministero con lo sguardo di Dio, alla luce della Sua Parola, nello spirito della preghiera, della conversione e del pentimento».

Costruire l’Esarcato sulla roccia della Parola di Dio

«In questi mesi trascorsi in Italia — ha proseguito Mons. Komar — ho avuto la possibilità di visitare diverse comunità e conoscere da vicino la realtà del nostro Esarcato. In questo ”autoritratto” della nostra comunità si trovano segni incoraggianti e positivi, ma anche aspetti che ci interrogano e che richiedono risposte.

Spesso attribuiamo le difficoltà a fattori esterni: la gente è indifferente, i nuovi arrivati non partecipano come vorremmo, l’Italia è un Paese da una lunga tradizione cristiana, soprattutto cattolica, ma molto secolarizzato, la maggior parte dei fedeli sono donne anziane, i giovani non sentono l’appartenenza alla Chiesa… Ma chiediamoci: davvero le cause stanno solo fuori di noi? Forse le radici delle difficoltà sono più profonde.

Cristo dice: «Chi ascolta le mie parole e le mette in pratica è simile a un uomo saggio che ha costruito la sua casa sulla roccia…». Le tempeste e i venti sono gli stessi per entrambe le case, ma una cade e l’altra resta salda. Perché? Perché il fondamento è diverso. La casa non crolla per la tempesta, ma per mancanza di fondamenta. Il nostro fondamento è l’obbedienza alla Parola di Dio. Possiamo creare nuovi consigli, programmi, strutture — ma se non si fondano sulla Parola del Signore, tutto questo rimane sabbia che si dissolve facilmente».

Andare verso le persone, come Cristo

«Ricordiamo come il Signore predicava. Annunciava il Vangelo non solo nelle sinagoghe, ma andava incontro alle persone: per le strade, nelle case. Così fecero anche i nostri primi sacerdoti in Italia: cercavano gli ucraini nei parchi, pregavano con loro all’aperto — ed è così che nacquero le comunità. Forse dobbiamo tornare a questo spirito delle origini: non aspettare che la gente venga, ma andare noi stessi verso di loro, essere presenti là dove vivono.

Cristo era sempre accanto a chi aveva bisogno: i malati, gli emarginati, i poveri. Anche noi dobbiamo essere là dove ci sono le necessità, dove c’è l’uomo. Esiste una legge ferrea: se noi saremo con la gente, la gente sarà con noi. Per un sacerdote, al primo posto non possono esserci le «cose da fare», ma le persone: i loro dolori, le loro gioie. Non possiamo allontanarci da loro come se avessimo impegni più importanti. Sono i nostri fedeli, i fratelli e le sorelle bisognosi, coloro attraverso i quali incontriamo Cristo stesso».

Guardarsi dalle tre tentazioni della vita sacerdotale

«Cari padri, ricordiamo le parole di San Carlo Borromeo: ”Non trascurare la tua anima. Se la trascuri, non potrai donare agli altri ciò che dovresti”. Pregate, custoditevi spiritualmente, non trascurate la confessione, la Santa Eucaristia e la preghiera personale. Essa ci disciplina, ci riporta alle priorità e ci unisce a Cristo. Guardiamoci anche dalla tentazione dell’individualismo: ”la mia parrocchia, la mia gente, la mia chiesa…” — questa non è la logica di Dio. È il Popolo di Dio, non il nostro. Noi serviamo non per la nostra gloria, ma per manifestare la gloria di Cristo. Come diceva il Metropolita Andrey Sheptytsky, ”Il sacerdote deve essere trasparente”: attraverso di lui si deve vedere Cristo. Quando il sacerdote mette sé stesso al posto di Cristo, non è più servizio, ma idolatria.

Un’altra tentazione è l’indifferenza, che arriva dopo i fallimenti: «Ho fatto, ma non è servito… i bambini non vengono al catechismo…» Ma il successo non si misura nei numeri: il vero successo è chi abbiamo avvicinato a Dio, che abbiamo ottenuto con la preghiera, chi abbiamo amato. Sì, a volte arriva la stanchezza — dolce e amara — , ma anche allora dobbiamo confidare nel Signore, parlarGli della nostra fatica, cercare consiglio, non chiuderci in noi stessi.

Proveniamo da seminari e diocesi diverse, dove abbiamo ricevuto tanto dai nostri formatori, e ora serviamo insieme nell’Esarcato Apostolico: questa è la nostra famiglia, la nostra comunità. Che la nostra diversità non sia mai un ostacolo, ma una ricchezza. E con i doni e i talenti ricevuti, siamo chiamati a servire gli altri.»

Ufficio Comunicazioni dell’Esarcato Apostolico

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