Saluto del vescovo Hryhoriy Komar alle partecipanti al pellegrinaggio delle comunità «Madri in preghiera»

23 ottobre 2026

Il 23 ottobre, presso la Cattedrale della Madonna di Zhyrovyci e dei Santi Martiri Sergio e Bacco dell’Esarcato Apostolico a Roma, ha avuto inizio, con la celebrazione del Moleben alla Santissima Madre di Dio, il pellegrinaggio delle comunità «Madri in Preghiera».

Saluto del vescovo Hryhoriy Komar alle partecipanti al pellegrinaggio delle comunità «Madri in preghiera»

Nel nome del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo. Amen.

Sia lodato Gesù Cristo!

Reverendi Padri, care sorelle, care madri!

Oggi siete riunite qui non soltanto da tutta Italia, ma, senza esagerare, da diverse parti del mondo. Siamo sinceramente lieti di accogliervi in questa santa chiesa, che riveste un significato particolare per il nostro Esarcato Apostolico, poiché è la nostra Cattedrale. Ma la sua particolarità non consiste soltanto in questo: qui, infatti, si custodisce l’icona miracolosa della Madonna di Zhyrovyci.

Possiamo dire che oggi è la Madre di Dio stessa ad accogliere tutte voi in questo luogo. Ella desidera che, tornando nelle vostre case, nelle vostre famiglie e nelle vostre comunità, portiate con voi la sua benedizione, il suo amore materno e il suo sostegno a coloro che amate e per i quali pregate. La vostra comunità, «Madri in Preghiera», già attraverso il suo nome, testimonia chi siete: madri che pregano.

Oggi, nel Santo Vangelo, abbiamo ascoltato un bellissimo racconto dell’incontro tra due madri. Una è Maria, che dopo l’Annunciazione si reca da Elisabetta, portando nel suo grembo il nostro Signore Gesù Cristo. L’altra è Elisabetta, che anche lei attende la nascita di un figlio. Non si sono incontrate soltanto due madri, ma anche i loro bambini.

Probabilmente abbiamo già ascoltato molte volte questo brano evangelico. Ogni volta che celebriamo il Moleben, leggiamo il racconto dell’incontro tra Maria ed Elisabetta. Forse lo ascoltiamo da tanti anni, eppure, ogni volta queste parole toccano il nostro cuore in modo particolare. Ogni volta ne riceviamo nutrimento spirituale, scoprendo qualcosa di nuovo.

Su che cosa vorrei soffermarmi oggi, riflettendo su questo brano evangelico? Prima di tutto sulla fede di queste due madri: Maria ed Elisabetta. Si dice spesso che nel mondo di oggi sia molto difficile trasmettere il dono della fede, condividerlo con gli altri.

Perché ci siamo riuniti qui, a Roma? Certamente non soltanto per celebrare il ventesimo anniversario della fondazione delle comunità «Madri in Preghiera» in Italia. Siamo venuti soprattutto per condividere la nostra fede, per rafforzarci a vicenda e, forse, per imparare ancora meglio a trasmettere questo dono, a condividerlo e a vivere secondo la fede.

Guardiamo anzitutto alla fede di Elisabetta. Quando incontra Maria, riconosce in lei la Madre del Signore. «A che cosa devo, che la madre del mio Signore venga da me?», esclama.

Erano trascorsi soltanto pochi giorni dall’Annunciazione, quando Maria si recò da lei. Elisabetta, piena di Spirito Santo, riconosce in Maria la Madre del suo Salvatore e appena sente il suo saluto, il bambino nel suo grembo sussulta di gioia. È un’esperienza spirituale particolare: sentire la presenza di Dio, rendersi conto che il Signore è vicino a noi. Questa esperienza nasce dalla fede.

Quando crediamo, cominciamo a guardare la realtà che ci circonda con occhi completamente diversi. Là dove una persona senza fede dice: «È successo così, le cose sono andate in questo modo», una persona di fede riconosce la Provvidenza di Dio. Si affida al Signore e Lo ringrazia per ciò che accade nella propria vita e nella vita del nostro popolo.

È proprio così che Elisabetta ha riconosciuto la presenza di Dio attraverso Maria, l’ha sperimentata e ha glorificato il Signore. Quando ascoltiamo le parole «A che cosa devo, che la madre del mio Signore venga da me?», ci vengono in mente le parole del re Davide nell’Antico Testamento. Quando l’Arca dell’Alleanza fu portata a Gerusalemme, Davide si rese conto della grandezza di quella realtà sacra e della propria indegnità davanti al Signore. Maria è la nuova Arca dell’Alleanza. Nell’antica Arca erano custodite le tavole di pietra dell’Alleanza e altri oggetti sacri, mentre in Maria dimora il Signore stesso.

Elisabetta accoglie con fede ciò davanti a cui l’uomo riconosce la propria indegnità. È come se si chiedesse: «Che cosa ho fatto di così speciale perché venga da me la Madre del mio Signore?». E ciascuno di noi può porsi una domanda simile: «A che cosa devo tutto questo? Perché il Signore viene da me?». Ogni volta che riceviamo i Santi Sacramenti, soprattutto la Santissima Eucaristia, non possiamo forse dire la stessa cosa? Non viene da noi soltanto la Madre del Signore: viene a noi il Signore stesso! E questo non accade per i nostri meriti o per qualche nostra particolare capacità. Accade perché il Signore ama ciascuno di noi.

Oggi, come nel corso della storia, ci sono state molte discussioni su chi sia Maria, quale sia il suo posto e il suo ruolo nella storia della salvezza. Ci sono cristiani che ne sminuiscono l’importanza, considerandola semplicemente una donna e cercando di metterla in secondo piano. Ma la fede di Elisabetta ci insegna qualcosa di diverso. Ella è piena di stupore per la visita di Maria e la chiama Madre del Signore: «La Madre del mio Signore è venuta da me!». Da chi dobbiamo imparare a credere, a onorare Maria e a rivolgerci a lei nella preghiera? Da Elisabetta, che per prima riconosce con tanta profondità il mistero della presenza del Salvatore in Maria.

Elisabetta è una donna che ha atteso a lungo un figlio. E ora il Signore le dona un’esperienza straordinaria: da lei non viene soltanto la Madre del Signore, ma anche il Signore stesso, presente nel suo grembo. Questa è la fede di Elisabetta. E poi Elisabetta ci indica la fede di Maria. Che cosa dice? «Beata colei che ha creduto nell’adempimento di ciò che il Signore le ha detto».

Queste parole si riferiscono proprio a Maria. Elisabetta non parla di sé stessa, ma di lei: «Tu sei felice perché hai creduto a Dio. Hai creduto alle parole che hai ascoltato dall’arcangelo durante l’Annunciazione e le hai accolte con tutto il cuore. Per questo sei beata, per questo sei felice». In che cosa consiste la grandezza di Maria? Nel fatto che ha creduto. E nel fatto che, attraverso la sua fede, insegna anche a noi. Infatti, non possiamo comprendere e spiegare tutto, nemmeno quando leggiamo la Sacra Scrittura. Non tutto ci è chiaro. Ma là dove la ragione umana incontra i propri limiti, la fede ci conduce oltre.

Anche Maria, dal punto di vista umano, non poteva comprendere come sarebbe potuto accadere che lei, senza conoscere uomo, desse alla luce un figlio. La ragione non aveva una risposta a questa domanda. Davanti a questo mistero, taceva. Eppure Maria ha pronunciato queste parole: «Avvenga per me secondo la tua parola». La sua fede le ha permesso di affidarsi a Dio, di accogliere la missione che il Signore le aveva affidato e di diventare partecipe del progetto divino di salvezza. Si è fidata di Dio e ha accolto tutto ciò che Egli aveva preparato per lei. Nel Magnificat Maria glorifica il Signore dicendo: «L’anima mia magnifica il Signore e il mio spirito esulta in Dio, mio salvatore». Ella riconosce che tutto ciò che accade nella sua vita è opera della grazia di Dio.

Che cosa significa tutto questo per noi, soprattutto oggi, nella nostra vita quotidiana? Prima di tutto è un invito a imitare Maria: portare Dio agli altri, portare la Sua presenza nella vita delle persone. Potreste chiedervi: come possiamo farlo? Come possiamo portare Dio agli altri, soprattutto ai membri della nostra famiglia? Ci sono tanti modi. La Sacra Scrittura ci insegna che dove due o tre sono riuniti nel nome del Signore, Egli è in mezzo a loro.

Per questo è importante pregare non soltanto nelle nostre comunità, ma anche nelle nostre famiglie. La comunità ci aiuta a crescere spiritualmente e ci prepara a vivere il nostro servizio all’interno della famiglia. Quando a casa il marito, la moglie e i figli si riuniscono per pregare insieme, invitano Cristo nella propria vita. E dove si trova Cristo? Dove c’è amore. Dove c’è perdono. Possiamo creare queste condizioni nelle nostre famiglie: amarci gli uni gli altri, perdonare, riconciliarci. E allora Cristo sarà in mezzo a noi.

Mi viene in mente un episodio. Un giorno parlavo con una nostra parrocchiana anziana. Sapevo che era sola e viveva da sola, perciò volevo incoraggiarla. Le dissi: «Dev’essere molto difficile per Lei vivere da sola». Ma lei mi guardò con sincerità e rispose: «Ma no, io non sono sola!». Pensai che forse fosse arrivato qualcuno a farle compagnia oppure che ci fosse qualcosa che non sapevo. Ma lei mi spiegò: «Con me c’è la Madre di Dio. Con me ci sono i santi e gli angeli». Ecco che cos’è la fede!

Una fede che aiuta la persona a riconoscere nella propria vita la presenza di Dio, a sentire la vicinanza del Signore, degli angeli e dei santi. Quella donna parlava con una convinzione tale che si capiva subito: non erano semplicemente belle parole o espressioni di devozione. Era la sua autentica esperienza spirituale. E allora ho capito perché fosse così felice e serena. Perché sentiva la presenza di Dio nella propria vita.

Carissime, siamo chiamati a portare il Signore ovunque possiamo: nelle nostre famiglie, sul posto di lavoro, nelle comunità e in tutti i luoghi in cui ci troviamo. Quando rivolgiamo una buona parola a qualcuno, quando facciamo il segno della croce, quando portiamo la pace dove c’è inquietudine, quando dimostriamo amore e misericordia, testimoniamo la presenza di Dio. Quando riceviamo la Comunione, riceviamo una grazia che possiamo condividere con gli altri. È proprio questo che, a suo modo, ha fatto Maria portando Cristo a Elisabetta.

Qualcuno potrebbe chiedersi: come possiamo paragonarci a Maria? Lei ha davvero portato nel suo grembo Dio stesso. Certamente non dobbiamo paragonarci a lei in senso letterale. Ma ricordiamo le parole dell’apostolo Paolo, che ci ricorda che noi siamo tempio dello Spirito Santo. Che cosa significa essere tempio dello Spirito Santo? Non significa forse essere aperti alla presenza di Dio e permettere che Egli agisca attraverso di noi? È proprio questa la nostra vocazione.

L’esempio di Maria e di Elisabetta ci insegna a riconoscere e ad accogliere il dono della fede, a meravigliarci di questo dono e a desiderare di viverlo ogni giorno. Elisabetta ha riconosciuto la fede di Maria, ne è rimasta ammirata e l’ha proclamata beata. Allo stesso modo, anche noi siamo chiamati a conoscere Maria, a comprendere il suo posto nella storia della salvezza e a testimoniare agli altri che Ella è la Madre del nostro Signore.

Care sorelle, vi diamo il nostro più sincero benvenuto e vi auguriamo una splendida permanenza a Roma. Ma soprattutto vi auguriamo di arricchire la vostra esperienza spirituale, di rafforzare la vostra fede e, al termine di queste celebrazioni, di tornare a casa con un grande desiderio di portare il Signore là dove vivete: nelle vostre famiglie, nelle vostre comunità e nei cuori delle persone che incontrate. La Santissima Madre di Dio vi accompagni con la sua materna intercessione e il Signore benedica il vostro servizio, le vostre famiglie e tutti coloro per i quali pregate.

Sia lodato Gesù Cristo!

† Hryhoriy

Materiali correlati