«Ritornare alla sorgente della propria vocazione»: ad Ariccia si sono svolti gli esercizi spirituali del clero dell’Esarcato Apostolico

16 ottobre 2026

Dal 13 al 15 ottobre 2026, ad Ariccia, si sono svolti gli annuali esercizi spirituali per i sacerdoti dell’Esarcato Apostolico. Le meditazioni sono state guidate dal Rev. Don Petro Zhuk, sacerdote dell’Arcieparchia di Kyiv della Chiesa greco-cattolica ucraina. Al centro delle riflessioni, il ritorno alla sorgente della vocazione sacerdotale, il rinnovamento della gioia del ministero e della relazione personale con Cristo.

«Ritornare alla sorgente della propria vocazione»: ad Ariccia si sono svolti gli esercizi spirituali del clero dell’Esarcato Apostolico

«Non siamo stati noi a compiere il primo passo nel nostro sacerdozio. È stata un’iniziativa di Dio»

Riflettendo sulla dignità del sacerdozio, don Petro Zhuk ha sottolineato che il suo fondamento non risiede nei meriti personali, nelle capacità o nei risultati raggiunti dall’uomo, ma nella scelta di Dio. Richiamando le parole di Cristo: «Non voi avete scelto me, ma io ho scelto voi» (Gv 15,16), il predicatore ha invitato i sacerdoti a riscoprire il dono della propria vocazione. «Non siamo stati noi a compiere il primo passo nel nostro sacerdozio. È stata un’iniziativa di Dio nei nostri confronti. Da qui hanno origine tutta la nostra dignità e il valore della nostra vocazione», ha affermato il predicatore.

Particolare attenzione è stata dedicata alle parole dell’apostolo Paolo sul tesoro custodito in vasi di creta (cfr. 2 Cor 4,7). Secondo don Petro, il tesoro rappresenta la grazia divina e il ministero affidato da Cristo, mentre il vaso di creta simboleggia la fragilità umana del sacerdote, con i suoi limiti e le sue debolezze. «Ancora oggi gli archeologi ritrovano nei vasi di creta chicchi di grano conservati fin dall’antichità. Questi recipienti sono capaci di custodirli per secoli. Ma se un vaso del genere si rompe, ricostruirlo diventa estremamente difficile. Lo stesso vale per il dono della grazia di Dio, che portiamo nei fragili vasi della nostra umanità. Se sapremo custodire questo dono, esso continuerà a portare buoni frutti per tutta la nostra vita», ha sottolineato il predicatore.

Allo stesso tempo, don Petro ha messo in guardia dal rischio di separare la vita personale dal ministero sacerdotale. «Non si può essere sacerdoti soltanto durante le celebrazioni liturgiche e poi, al di fuori di esse, vivere come se il Vangelo non avesse nulla a che fare con la nostra realtà quotidiana, con le nostre parole, le nostre relazioni e soprattutto con le nostre azioni e decisioni», ha ammonito.


Il pericolo del cinismo e la tentazione di sentirsi indispensabili

Affrontando le difficoltà del ministero pastorale, don Petro Zhuk ha richiamato in modo particolare l’attenzione sul pericolo del cinismo, che può insinuarsi nel cuore di un sacerdote a seguito di offese, delusioni o trattamenti ingiusti. Inizialmente, il cinismo può apparire come una forma di difesa dalla sofferenza, ma con il tempo rischia di portare a svalutare le persone, il proprio ministero e tutto ciò che un tempo era considerato prezioso e sacro. «Il cinismo è come un cancro», ha avvertito il predicatore, sottolineando che il suo pericolo più grande consiste nella progressiva perdita del senso del sacro e della riverenza verso ciò che è santo. Con il passare del tempo, questo atteggiamento può arrivare a coinvolgere persino la Santissima Eucaristia, il dono più grande del ministero sacerdotale.

Il predicatore ha inoltre richiamato l’attenzione sulla tentazione di voler essere necessari a tutti e di assumere un ruolo centrale in ogni aspetto della vita parrocchiale. Ha sottolineato che un buon pastore non deve diventare il centro di ogni attività, ma aiutare i fedeli a scoprire i propri doni e ad assumersi responsabilità nella vita della comunità ecclesiale. Allo stesso tempo, ha invitato i sacerdoti a non misurare il valore del proprio ministero sulla base dell’approvazione o della gratitudine ricevuta dalle persone, ma a imparare a guardarle con gli occhi di Cristo, ricordando che dietro un comportamento difficile si nascondono spesso sofferenza, paura, solitudine o ferite vissute nel passato.

«Senza di me non potete far nulla»

Le successive meditazioni spirituali sono state dedicate alla comunione con Cristo, con la Chiesa e con i confratelli nel sacerdozio. Richiamando l’immagine evangelica della vite e dei tralci (Gv 15,1–8), il predicatore ha sottolineato che i veri frutti del ministero sacerdotale non nascono soltanto dagli sforzi umani, ma soprattutto da un’unione viva con Cristo. «Il tralcio non porta frutto perché si sforza intensamente. Porta frutto perché è una parte viva, unita alla vite», ha spiegato don Petro.

Un posto centrale in queste riflessioni è stato riservato all’Eucaristia, sorgente della vita spirituale del sacerdote. Il predicatore ha sottolineato che, tra i numerosi impegni pastorali, il sacerdote non deve perdere la consapevolezza del dono più grande del proprio ministero: la possibilità di portare alle persone Cristo vivo nella Santissima Eucaristia. «Il sacerdote non deve aspettare di avere del tempo libero da dedicare a Dio. Deve custodire consapevolmente il tempo per Colui per il quale svolge il proprio ministero», ha esortato il predicatore.

«Rimanete nel mio amore»

Nelle riflessioni conclusive degli esercizi spirituali, don Petro Zhuk ha invitato i sacerdoti a custodire nel cuore, come fondamento del proprio ministero, l’esortazione evangelica di Cristo: «Rimanete nel mio amore» (Gv 15,9). Ha quindi incoraggiato il clero a tornare nelle proprie comunità con un amore rinnovato verso le persone che sono chiamati a servire, in particolare verso coloro che vivono la sofferenza della guerra, lo sfollamento forzato, la solitudine e le difficoltà della vita. «Saranno dimenticate tutte le nostre iniziative e molto spesso saranno dimenticate anche tutte le parole che abbiamo pronunciato. Ma una cosa certamente non sarà dimenticata: l’aver sperimentato l’amore della propria Chiesa, del proprio sacerdote e di Dio», ha sottolineato il predicatore.

Nel corso degli esercizi spirituali, i sacerdoti hanno avuto l’opportunità di dedicare tempo alla preghiera comunitaria, alla celebrazione della Divina Liturgia e alla condivisione fraterna.

Ricordiamo che il programma si era aperto il 12 ottobre con un incontro organizzativo dedicato alle principali questioni della vita pastorale dell’Esarcato. Durante l’incontro è stato inoltre presentato il nuovo sacerdote, il Rev. Don Andriy Stasiv, che svolgerà il proprio ministero a servizio delle comunità ucraine di Aosta e Biella. Il 13 ottobre si è svolto l’incontro dei sacerdoti con Sua Beatitudine Sviatoslav Shevchuk, Padre e Capo del Chiesa greco-cattolica ucraina, mentre il giorno successivo il clero ha visitato il Palazzo Apostolico di Castel Gandolfo. Il 15 ottobre, durante la Divina Liturgia e la celebrazione della Panachyda, i sacerdoti hanno pregato per i confratelli defunti che, nel corso degli anni, hanno svolto il loro ministero pastorale nelle comunità ucraine in Italia.

Al termine degli esercizi spirituali, Sua Ecc. Rev.ma Hryhoriy Komar, Amministratore Apostolico dell’Esarcato, ha ringraziato don Petro Zhuk per le meditazioni proposte, per la sua testimonianza di fede e per l’esperienza personale del ministero sacerdotale condivisa con il clero dell’Esarcato. Il Vescovo ha inoltre espresso un particolare ringraziamento ai collaboratori della Curia, ai sacerdoti che hanno contribuito all’organizzazione degli esercizi spirituali e a tutto il clero per il quotidiano impegno pastorale.

Ufficio Comunicazioni dell’Esarcato Apostolico

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